2012 Interfacce Sottovuoto

Una Stanza per la Fotografia, Torino,  4-28 ottobre 2012

Tra gli elementi ricorrenti nel vocabolario immaginale di Emma Vitti c’è l’involucro: un bozzolo di cui liberarsi, una pelle che sta cambiando, una pellicola trasparente che vela  – rivelando – qualcosa che preme, sotto. Una chiusura, strutturale o involontaria; una protezione, un’impossibilità. Una membrana da squarciare o una coltre sotto la quale sia possibile respirare silenziosamente. Talvolta si apre un varco, qualcosa si stralcia, si intravvede una scultura, un cuore rosso o un abito di seta da cui si libera, con potente lirismo, un canto d’amor. Il cavolo/cervello, invece, resta chiuso in una dimensione raccolta e impenetrabile. Come il più antico dei misteri e il più quotidiano degli incontri.

Anche  in questa nuova serie di fotografie vediamo sacchetti di cellophane che custodiscono, o proteggono fiori, foglie, petali. E’ una rosa vermiglia che si lascia intravvedere attraverso l’involucro trasparente oppure è un mazzo dai colori tenui, quasi sbiaditi, coperto solo per metà dalla pelle trasparente. La bellezza dei fiori e la loro seduzione estetica non distolgono però dalla percezione di una sorta di asfissia che innesca riflessioni attorno alle  membrane e agli involucri che si frappongono nelle nostre vite, che vi  si insinuano ostacolando le nostre relazioni.

Il termine interfaccia, mutuato dalla tecnologia e ormai esteso anche in ambiti non tecnologici, sembra ancora più adatto a esprimere la metafora. Il verbo interfacciare significa, infatti, interconnettere due o più entità in un punto comune o su un confine condiviso. È proprio su quel “confine condiviso”, quella sottile membrana che fa da  ponte tra il e l’altro da sé che pare soffermarsi l’occhio e lo scatto di Emma Vitti. Difficile valicare quel ponte: le membrane che ci separano sono la placenta che ci portiamo ancora addosso, sono quegli innumerevoli strati di pelle che spesso non riusciamo a levarci, come abiti ingombranti e fuori moda.

Nella serie Bacon  avvertiamo invece la trasfigurazione, il dolore, il conflitto tra come ci vediamo e come ci vedono gli altri nel gioco di specchi, nel movimento che lascia tracce del proprio comporsi e scomporsi in questa visione divisa e scissa, dove l’involucro è anche la dimensione concettuale delle cose, che soffoca la loro vera natura.

La relazione è sempre la grande utopia ma anche la possibilità di superare l’asfissia prodotta da interfacce non comunicanti, il sottovuoto che impedisce la vita così come la morte, come se fermasse illusoriamente la costante mutevolezza che porta al declino. Ma quella mutevolezza, il continuo scambio osmotico tra involucri e membrane, è alla base dell’esistenza delle cellule così come di tutto il vivente. Fondamentale è che allora si trovi un varco e ci si scambi quell’aria, quella pelle, quelle sensazioni di vita. Solo così la “tragedia” oltrepassa il singolo e si carica di significati condivisi.

È la tragedia di cui parla Nietzsche: Dobbiamo renderci conto di come tutto ciò che nasce debba essere pronto a una fine dolorosa; siamo obbligati a guardare in faccia agli orrori dell’esistenza individuale, e non dobbiamo tuttavia impietrire, perché una condizione metafisica ci strappa momentaneamente dall’ingranaggio delle forme mutevoli. Per qualche breve istante siamo l’essere originario stesso e sentiamo la sua incontenibile brama e il suo piacere di esistere; la lotta, il tormento, la distruzione delle apparenze ci paiono ora necessari, data la sovrabbondanza di innumerevoli forme esistenziali che si accalcano e si precipitano nella vita, data la straripante fecondità della volontà del mondo (…)

Cito Nietzsche perché credo che Emma sia abitata da un’ispirazione artistica dionisiaca  e che quindi, più o meno inconsciamente, più o meno consapevolmente, in tutte le sue fotografie o metafore visive -come ella stessa le definisce- l’artista cerchi con forza tale distruzione delle apparenze. Indugiando quasi ossessivamente sugli involucri, ci spinge ad avvertire il limite, costringendosi e costringendoci a oltrepassare veli, coperture e membrane per andare oltre e assaggiare dimensioni di dolorosa ma appagante libertà.

Cristina Trivellin