2015 Das Ding – Dal di dentro

Palazzo Panichi, Pietrasanta  agosto/settembre 2015
Paola Raffo Arte Contemporanea, Pietrasanta  agosto/settembre 2015

 

Tra gli elementi ricorrenti nel vocabolario immaginale di Emma Vitti c’è l’involucro: un bozzolo di cui liberarsi, una pelle che sta cambiando, una pellicola trasparente che vela – rivelando – qualcosa che preme, sotto. Una chiusura, strutturale o involontaria; una protezione, un’impossibilità. Una membrana da squarciare o una coltre sotto la quale sia possibile respirare silenziosamente. Nella produzione degli ultimi anni vediamo sacchetti di cellophane che custodiscono, o proteggono, fiori, foglie, petali. La bellezza dei fiori e la loro seduzione estetica non distolgono però dalla percezione di una sorta di asfissia che innesca riflessioni attorno alle membrane e agli involucri che si frappongono nelle nostre vite, che vi si insinuano ostacolando le nostre relazioni.
In Das Ding l’autrice milanese approfondisce ulteriormente la propria ricerca sull’ambiguo rapporto tra contenitore e contenuto, entrando nei laboratori e nelle fonderie di Pietrasanta per fotografare le gomme utilizzate dagli artisti per la fusione delle sculture: muovendo, distorcendo queste membrane di lattice, avviene che la metafora dell’involucro si sciolga e diventi inequivocabilmente pelle, la pelle di un corpo. Ma succede anche che la gomma rimanga immobile, irrigidita nel suo guscio protettivo o si sottragga e deperisca nel processo della fusione. Il corpo, assente, è continuamente allucinato nell’instabilità della nostra percezione del rapporto figura-sfondo. La pellicola diventa un confine di carne, il limite che regola la dialettica illusoria del pieno e del vuoto.
Scrive Laura Pigozzi: “[…] I lattici antropomorfi di Vitti mostrano che il corpo cavo non è vacuo: è cavo perché qualcosa vi possa risuonare; è cavo al modo in cui è cavo un vaso – prima eco dell’arte umana – definito precisamente dallo spazio che lo rende contenitore. Il ragionamento inconscio di Vitti sull’involucro è sottile e coraggioso: le permette di installare la Cosa, Das Ding, al centro dell’immagine, quel centro velato che la allude per non farci precipitare mortalmente in essa. L’involucro di Emma è una metafora dell’anamorfosi, l’unica prospettiva da cui poter guardare e far vedere il sublime e l’orrore: La Cosa si può, allora, cogliere da un punto di vista possibile. Das Ding può mostrarsi attraverso il cavo, il doppio, la ferita, la pelle, l’organo: polmoni, cuore, doppi uteri a clessidra che segnano il tempo, feti gemelli che divergono. Das Ding, nascosta e visibile, sta lì a fare enigma e a porci la sua incessante interrogazione. A tutti noi, nessuno escluso. […]”
L’immagine/logo della mostra è emblematica e misteriosa: come osserva Roberto Mutti, […] “siamo inevitabilmente arrivati al momento più alto di questo percorso: finalmente appare il baluginio dell’oro che la luce ritrova sulla superficie metallica. La bellezza da esporre, tuttavia, la possiamo solo immaginare perché a Emma Vitti interessa ritrovare le graffiature, gli aggiustamenti, le abrasioni in cui ritrova le rughe, i segni, le cicatrici che non sono le imperfezioni ma le tracce che la vita ci ha regalato. Non è un caso se il titolo “Ferita splendida” somma alla piacevolezza del suono la contraddizione di un ossimoro. Proprio come nell’ultimo movimento di una sinfonia, ora tutto volge a un lento spegnersi”[…]
In mostra negli spazi di Palazzo Panichi di Pietrasanta circa 40 fotografie, stampate in varie dimensioni, che, sala dopo sala ci conducono in un viaggio visivo alla scoperta di risonanze interiori che non possono essere che soggettive e dunque uniche. L’artista si apre alla condivisione delle proprie visioni.