2004 Chrysallis

2004, Spazio Arte, via Spontini 8, Milano
2005, Galerie Bertin-Toublanc, Parigi

a cura di Cristina Trivellin

Abbandonare il bozzolo, uscire allo scoperto. Intuire il percorso e liberarsi dalla vecchia pelle, dalle crepe che la solcano come lunghe ferite. Fuori, la nuova vita. La condizione di cambiamento è precedente al cambiamento stesso. Quasi per caso, passeggiando, Emma Vitti scorge un insolito agglomerato di piccole sculture kitsch in stile classicheggiante, destinate ad “abbelllire”una fontanella o un giardino interno. Nulla di poetico, eppure l’artista resta colpita: le statue avvolte nel cellophane bagnato da una grigia pioggerella, assumono un fascino particolare, così come l’involucro teso e trasparente, reso in alcuni punti più sottile dallo sporgere di mani, piedi, volti. È stato un lampo: prendere la macchina fotografica, fissare, trasformare queste immagini, facendole assurgere a metafora, simbolo, emblema. Ora le immagini ci commuovono per la forza che c’è dentro. Per l’empatia vissuta nelle mani che spingono, nei piedi che si muovono, nei volti che cercano. Guardano fuori. Ne avvertiamo la tensione drammatica: la sensazione conosciuta, vissuta sulla pelle. Sentirsi crisalide, e presentire che una nuova dimensione aspetta ansiosamente di essere vissuta, che la metamorfosi è in atto. Le ali spuntano, gli arti si allungano, hanno bisogno di uscire, di dispiegarsi: di prendere, infine, il volo. Emma Vitti scopre – attraverso una sensibilità epidermica che le permette di leggere tra le righe degli aspetti più profondamente complessi della realtà – gli archetipi emozionali, i conflitti esistenziali radicati nella foresta di simboli che la circonda. Con l’anima permeata dal dolore, ma pure dalla disincantata fiducia nelle potenzialità umane di morire e rinascere dalle ceneri del proprio mutare. Le foto esposte sono opere straordinarie, per bellezza estetica e per forza empatica. Le figure umane paiono provenire da realtà lontane, come miti rivisitati nella metropoli, corpi di gesso che, attraverso i tagli e le inquadrature assumono rimandi michelangioleschi nella tensione muscolare accentuata dall’effetto ostacolante del trasparente involucro. Esso assume un colore dorato conferitogli dalla polvere bagnata dalla pioggia. Crisalide deriva dal greco chrysòs: oro, il colore del bozzolo nella fase inziale. Bozzolo che sempre più frequentemente si fa metafora della condizione esistenziale, che affronta stadi di inevitabile passaggio, paure del non conosciuto accentuate dalla perdita di riti iniziatici nelle maglie asfissianti del progresso. Bozzolo che prima protegge e poi imprigiona, intuizione consapevole. Nell’immagine in copertina la donna sta rompendo l’involucro; il suo corpo, la sua mano, trovano un varco sfondando il limite. Che sia la fine o il principio, il passaggio è avvenuto, punto di non ritorno, dimensione sconosciuta e solo percepita nello stadio precedente come misterioso anelito. Scrive Lao Tze, Ciò che per la crisalide è la fine del mondo, il mondo chiama farfalla.

Cristina Trivellin