2012 Configurazioni provvisorie

Palazzo Sant’Elia, Palermo, gennaio 2012
a cura di Cristina Trivellin

Sfoglia il catalogo
catalogoonline EMMA_Page_01

L’occasione di una mostra antologica si rivela un motivo in più per affermare l’autonomia delle opere e il loro continuo evolversi: una volta deposte dall’artista/genitore, esse assumono una vita propria e a distanza di anni sono ancora qui a ricordarcelo. Isolarle, circoscriverle in una forma statica realizzata a priori, sarebbe come negare quella verità silente, l’idea che il senso non sta mai nell’opera in sé, ma nel suo essere vista e vissuta. Le fotografie qui presenti sono state protagoniste di varie esposizioni, in tempi e luoghi eterogenei così come eterogenei sono stati i sensi che hanno prodotto nel loro percorso; in questa affascinante sede, i lavori di Emma Vitti si riconfigurano secondo un nuovo ordine che rivela formazioni originarie e itinerari celati che nessuna diligente ricostruzione storica potrebbe restituire. Michel Foucault scriveva che se vogliamo tracciare una storia a partire dalle origini, essa non emergerà se non analizzando le apparenti discontinuità, le rotture, ciò che sfugge agli ordini razionali. Marcare un divenire, tracciarlo graficamente con una linea consequenziale, segnare un inizio e una fine in modo lineare e secondo schemi a cui siamo abituati è sempre rassicurante per la coscienza; implica uno slancio direzionale che ci fa sentire adeguati, o ci illude di esserlo. Se si cogliessero invece le opere nel loro movimento dialettico, nella costante riconfigurazione di esse con il luogo, il tempo e soprattutto nel dialogo con altre creazioni artistiche, si potrebbe scoprire il fluire libero di pensieri ed emozioni in una circolarità onnicomprensiva dove il soggetto pensante non determina, ma, semplicemente, prende atto di ciò che accade, contribuendo alla creazione di sempre nuovi significati. Così, l’installazione Canto d’Amor, ci accoglie col suo mistero, con la sensualità dei rossi e la dicotomia tra sacro e profano, tra l’essere-dio rappresentato dal cavolo stagliato su sfondo nero, all’essere-uomo che si libera dall’involucro e lascia uscire la sua essenza-abito all’esterno. Una dicotomia importante, forse tra le più sentite ed elaborate dagli artisti; quella tensione lacerante tra verticalità e orizzontalità, essere e divenire, dogma ed esperienza. Rosso anche il cuore-pomodoro imprigionato da un involucro che lo fa però intravvedere, ex-voto desacralizzato, posato sulla nuda terra. Un cuore, che sempre nel limite delle coordinate terrestri, combatte come un titano contro le proprie impossibilità, contro quella razionalità trasparente ma anche vincolante, super-io che avvolge e imprigiona. Alzando gli occhi in fuga, alla fine della teoria di colonne incrociamo gli sguardi di pietra dell’installazione Genesi: lo sguardo, la materia: lo stile di Emma Vitti, la sua peculiare cifra espressiva sta nelle zoomate senza scampo, come se ci dicesse “guarda, guardiamoci”. Uno zoom sull’umano -non a caso si tratta di sculture funerarie- che sembra portarci ancor più dentro il limite dell’involucro, ripiegati intimamente sul nostro dolore e sulla caducità: non più l’involucro-super-io, ma l’insight, la nostra stessa meditazione sull’esistenza. Lo sguardo è di tutti su tutto, è pietas, la pietra eros-a dal tempo e dalla memoria che si fa testimone del passaggio. E’ la nostra percezione temporale del destino e del conflitto tra eros e tanathos che si manifesta in tutta la sua forza espressiva nelle due installazioni che incontriamo alla fine del corridoio nero. Da una parte ci facciamo investire dal rosso di memento vitae – il cui sangue e la cui carne fluiscono fuori dai simboli per investirci di una sensazione che è sintesi di violenza e paura – dall’altra lo sguardo è lavato dall’acqua e dalla forza degli elementi, dal rumoroso silenzio di Programmi interiori. Ma è proprio la percezione di questi elementi disgiunti a destabilizzare la visione, l’eterna separazione tra gli opposti, la difficoltà di cogliere gli estremi in un unico atto conoscitivo. E’ proprio qui che lo slancio direzionale scontato si scontra con la propria inadeguatezza. L’artista ci suggerisce di guadare il fiume e di approdare in una terra meno conosciuta, ma indubbiamente affascinante. Emma Vitti tenta di compiere quell’atto sciamanico di uscita dagli opposti, di superamento e di immersione dentro tutto ciò che ci circonda, la natura, il non-umano: non è negazione ma accoglimento. Ibrid-azioni: il corpo come cassa di risonanza, lo specchio come paesaggio di emozioni riflesse. L’artista ci conduce ad esperire il contatto con la terra in un percorso percettivo che riconnette il basso e l’alto, il terrestre e l’aereo. La conoscenza dell’altro-da-sé come chiave di accesso verso l’identificazione. Trasmutazioni: L’impossibilità di conoscere direttamente le cose se non nella loro proiezione, è un altro tema importante nella storia dell’uomo. Ma le ombre di questi ulivi mediterranei paiono scrivere sulla terra segni importanti da decifrare, così come le pietre antropomorfe ci fanno sognare i sogni delle origini, quelle ancestrali così come la nostra. Animamundi: lo specchio di nuovo riflette e ancora ci aiuta a filtrare il nostro sguardo, a farci sentire parte di un unico respiro universale. Il conflitto si risolve, la linea si riunisce e finalmente possiamo sentire l’ascesa, senza nessuna velleità mistica. Se è vero che l’organico si è evoluto dall’inorganico -come alcuni biologi ipotizzano- vorremmo sentire dentro una pietra, un minerale, una montagna, quel senso caldo di esistenza. Alla fine del percorso quelle pietre scivolose coperte di muschi chiudono il cerchio per aprirne infiniti dentro ogni spettatore che vi trova la propria peculiare risonanza. Emma Vitti rappresenta con la sua ricerca artistica ciò che James Hillman chiama restituzione all’atto immaginativo della sensibilità animale, con quel coraggio dell’intimità immediata con i volti particolari del mondo sensibile: un atto di porsi in totale ricezione, con lo sguardo nudo e istintivo, volto in quel punto ove l’anima mundi si rivela.
Cristina Trivellin

 

Specchio d’un cuore, d’un rumore, d’un simbolo, di un battito, d’una vita, di tante cose, pensieri, umori, amori, con tutto che riflette nulla, facendo l’uno dei molti, involucro che traspare, contiene un cantare, un simulare, insomma un caos fecondo, in nome e in figura, stagliato, tagliato, arrossato come un oggetto sensibile al tatto, alla vista, al sogno (…). Fragmento come involucro inverecondo, che tiene, contiene e mostra se stesso e l’altro, come un teatro squarciato e reso confetto, offerto come trofeo esibito allo spasmo, al poeta contratto, su rime assurde, infette, eppure svegliato da ogni suo sogno e venuto giù, al tocco, che distilla un corpo, al netto di una fisica dolce e crudele. Creta è sogno d’origine, memoria stampata, in mille momenti, seguiti al caos, è occhio di pesce che guarda nel nulla, dal resto di vita che è rimasto insaldato, aperto, all’attimo fuggito al dolore, lacero segno di violenza, implacabile,violenta aurora d’un giorno, annunciato da un taglio implacabile, che consuma l’involucro e mette in luce un fantasma. Volti statuari, sommati, sottratti, moltiplicati, divisi da infinite operazioni d’un canone offerto, come un Policleto ferito, dal suo stesso affermare diritti immortali, in bellezze rapite a se stesse, sudate di gesso, acido, avariato, come un soffio di vento, sospeso nel vuoto, diventato gelido, a guardia del silenzio e sono gli occhi, né vivi, né morti, a segnare, straniati, il tempo, i tempi. Colore sublimato, gioia diffusa, disseminata, svanita, metafisica luna, astro, disastro, gioco d’incastro, di nero, d’argento e striscia di verde, tondo, ovale, macchia: astrazioni insomma, in cerca di proprie geometrie e forme, che forse comunicano tra loro, sicuramente misurano se stesse, come spazialità di un tessuto, nelle cui maglie alloggia un’oasi corposa, mentre tutt’intorno, aleggia un vuoto sublime. Ambiguo è l’effetto di un componimento orientato in tutti azimut, con centro ombelico d’albero e giù ombelico di donna, servito su piatto, alla ricerca dell’anima, dell’invisibile assoluto, come divinità del corpo, del mondo, dal contenuto instabile, elevata a meccanica d’altri elementi, che bisogna accompagnare ad un nudo, a svestire corteccia, per trovare ora Darwin, ora Linneo, ora nessuno. Strisce, che chiamano Sklovskij, di scena, d’avvento a sommi artifici di biologico afflato e freddo metallo, tra un proprium e un improprium, come chiave per aprire un’oscurità mutante, che muta, col procedere dell’opera cosa, come segni del segno autonomo privo di realtà reale, per cui rimanda al soggetto che è fonte, con Eco e Narciso, cosi’ risponde l’eco, cosi’ muore un fiore, un corpo, una voce. Organizzare è come un’oggettualità vegetale possa evolvere e farsi “inesauribile”, nel senso che non gli si possono mai riconoscere tutte le caratteristiche che essa presenta, come uno, come due, come tanti, almeno, si può affermare, di non avergliele mai riconosciute tutte (Prieto). Cosi’ l’identità cede lo scettro ad un numero, tra inconscio e subliminale, d’un codice incerto, non esauribile, ma del tutto pensabile. Dolore è punctum di pietre sepolte, affioranti come ossa, come resti dormienti, ambigue virtù affidate all’acqua, al sale, come segnali, volti al cielo, insule nel fango rappreso, come dichiarazione poetica del punto di vista, della sorpresa disposta al ciglio di un abisso metaforico, in cui ogni significazione s’apre come significante e come significato di un monologo interiore, come diario in pubblico. Scorre l’ombra, come scorre il solco della luce, su un albero torre e si stende per terra, delineando un doppio, un altro da sé che ripete la stessa forma, come un film, come una mobile, impalpabile scena che non chiede pubblico, che non cerca applausi, ma basta al suo desiderio introverso, di un vedere se stesso senza peso e tanto più nero quanto più forte è la luce, tanto che poi s’attenua e infine, sparisce. Anima è un opaco. Anima è uno specchiante. Una terra smossa e un disco gessoso. Una terra vergine e un disco speculare. Il soggetto è sfigurato, nella sua essenzialità è collocato in una dissipazione di astrazione e informalità, tra artificio e natura, dove il luogo può essere qualsiasi luogo: vale su tutto la manipolazione e poi, giù come dappertutto, il catenaccio fotografico, che suona, nune et semper. Minerale è traccia di nimesis, è capovolgimento essenziale di essere ed apparire: un sasso, più sassi, un punto di vista, una moltiplicazione dell’analogo, del somigliante, come miracolo, come i figli di deucalione, nella plastica evidenza di un sé, silenzioso relitto dell’acqua, del vento, come un atlante, come un segnale dell’imminente natura.
Francesco Gallo Mazzei