2004 Sfavillio

Associazione Enzo Cortina, Milano, 2004
a cura di Giovanni Cerri

Ho perduto qualche cosa
Occhi di bambola
Cocci acuminati di vetro, frammenti…
Lame appuntite, una mosca
La cripta, il luogo segreto, il silenzio,
la polvere che si solleva
l’anta di uno scaffale che si apre…
vetri in frantumi, lastre taglienti che potrebbero
cadere e trasformarsi in ghigliottine
uno specchio che riflette un’immagini sfocata, trasparenze
un ambiente vissuto e dimenticato, muri scrostati,
macchie, il senso del tempo che passa e consuma
una finestra aperta.

Occhi. Occhi che mai si chiuderanno, di un azzurro glaciale e tagliente, come le affilate lame di vetro, terribili velette che filtrano lo sguardo sbarrato, minaccioso indagatore di una bambola crudele; artificiale infante, lei sa già tutto di noi che la guardiamo, ci scruta attentamente, è la voce di una lontana coscienza pronta a ferirci, a lacerarci e a smascherarci. La bambola, finita lì per caso o messa appositamente da qualcuno, chissà, sta in una stanza vuota e fatiscente di una casa abbandonata, un luogo dimenticato da Dio, da tutti. Ed è proprio per quello che all’inizio ci si sta bene, c’è silenzio e tempo per pensare, uno specchio per riflettersi e tentare di capirsi attraverso le immagini sfuocate che la patina lascia intravedere, la polvere che si alza e lo scricchiolio di sassi e terriccio che senti quando cammini, il muro scrostato da toccare, l’aria vissuta da respirare… Quante cose accadono in un luogo che sembra abitato dal nulla, dove il passato è più presente del presente e i ricordi, immaginari, ci sovrastano. Nel suo essere disadorno questo posto è accogliente, ti dà quello che può, non ti racconta bugie, ti fa vivere delle sensazioni. Uno scaffale, una vecchia porta di legno, una finestra con dei vetri rotti, che presto potrebbero diventare pericolose “ghigliottine”… e poi il volo di una mosca che taglia lo spazio di questa cripta, luogo segreto, rifugio e nascondiglio di pensieri. Un mosca che si posa sui resto di una bambola, così da renderla visibile; è strano come a volte basta un lieve accadimento perché ci accorgiamo di una cosa che non avevamo notato. Se la vedi a distanza è un dettaglio in un ambiente, un particolare quasi insignificante; ma se ti avvicini con lo sguardo al pavimento, dove lei giace in postura di morente, ciò che rimane di quel giocattolo insinuante e spudorato – fatto di fibre sintetiche e pure così umano e familiare – ti sembrerà addirittura invadente, perché le sue pupille non lasciano scampo. Ti fissa, sotto a quei pezzi di vetro, e inizi a sentirti in trappola, ostaggio della sua falsa innocenza di finta bambina di plastica, di oggetto un tempo utile ai giochi di bambine vere. Ora invece quella bambola assume un significato sinistro, il tempo è passato per “lei” e per noi che siamo cresciuti; di quei lontani giorni, di ormai perduta infanzia, conserviamo a stento tracce di memoria. Ci specchiamo dentro quella lastra consunta, appoggiata lì in quella stessa desolante stanza, per tentare di recuperare qualche brandello di ciò che eravamo, per ricordare in nostri sogni, le giovanili illusioni, le baldanzose convinzioni poi smentite, o semplicemente andiamo alla ricerca del nostro volto che è stato, badando a toglierci qualche piega nel viso, qualche piaga nel cuore. La mente vaga sulle punte acuminate dei rimpianti e dei rancori, dei colori accaduti e delle gioie soffocate; fanno male quei vetri in frantumi; difficile adesso sopportarne la vista, la similitudine è troppo forte. L’immagine velata, in dissolvenza, che affiora delicatamente allo specchio è diventata prepotente, ci insulta e si ribella, non accetta di essere il nostro riflesso, si allontana, se ne va…. inghiottita dal tempo, lasciandoci soli nella cripta a giocare la partita con i nostri fantasmi. Ma una finestra è rimasta aperta, è ancora tempo di vivere.

Giovanni Cerri