2005 Sopravvivenze

Galleria Cortina, Milano, 2005

Esistono persone sensibili che di fronte alle atrocità del mondo soffrono, si mettono in discussione e agiscono. Ed esistono persone che, rapportando tutto questo alla propria storia personale, cercano di trasformare le emozioni in materia creativa. Esistono persone come Emma Vitti che di queste emozioni, riflessioni ed azioni fanno la ragione della propria vita… per trovare una risposta, per dare dignità al dolore, e così riuscire a sopravvivere. Questa è arte. In un momento storico in cui i motivi per interrogarsi sul senso del rispetto della vita si accavallano con moto accelerato, il lavoro di questa artista si pone con analitica lucidità di fronte alla condizione dell’umana sofferenza e, senza bisogno di gesti didascalici o esasperati, trova in simboli discreti il suo linguaggio espressivo. Una doccia in costruzione, pavimenti di crudo cemento, cataste di legna: materia grezza, inorganica e sterile, che attraverso lo sguardo asettico della macchina fotografica si fa metafora della vita brutalizzata. E a sua volta vive. Il rovesciamento, sia esso speculare o un capovolgimento, è una delle chiavi di lettura con cui rapportarsi a queste fotografie, in cui, al di là della loro nuda semplicità, si agita un universo di rimandi archetipici. Il riferimento al sacrificio rituale è inequivocabile: un ripiano di marmo si fa altare, un ciocco di legno diventa carne dolente, e continuando a decontestualizzare le immagini, una doccia torna ad essere strumento di morte. Niente si può più osservare senza chiedersi cosa ci sia oltre l’apparenza, oltre la banalità di un facile “espressionismo” che troppo spesso non fa vibrare i polsi ma viene comunque chiamato arte: questo è il motivo che fa degli scatti di Emma un’esperienza irrinunciabile, per lei, che così affronta i suoi fantasmi e per noi che, per un attimo, ci riconosciamo parte di un’umanità troppo spesso disumana.

Vania Frare