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Roberto Mutti: “Al di là del piacere”

(…) Trovarsi di fronte alle opere di Emma Vitti obbliga ad assumere un atteggiamento molto particolare che tiene conto in egual misura della sua sensibilità, delle modalità con cui si applica alla ricerca, dei complessi aspetti legati alla sua formazione artistica. Proprio da quest’ultimo punto si può partire perché gli anni degli studi torinesi all’Accademia Albertina di Belle Arti sono quelli dove emerge sia la sua predilezione per il disegno, per cui dimostra uno spiccato talento, sia la capacità di inscrivere queste doti in un contesto più ampio che non si limita alle valenze estetiche ma va alla ricerca di quelle esistenziali. Sono questi i tratti salienti che si ritrovano in tutta la sua biografia e che emergono nella successiva attività didattica come anche nell’intensa ricerca sviluppata come arte terapeuta. Quando, negli anni Novanta, si avvicina alla fotografia, è inevitabile che veda in questa un linguaggio che le permette sia di proseguire sulla strada già tracciata sia di declinarlo così da rispondere alle sue più profonde esigenze espressive. Questa è, in fin dei conti, la ragione per cui non si rifà in modo particolare a nessuna corrente fotografica evitando con cura le derive dell’estetismo fine a se stesso ma contemporaneamente non iscrivendosi a nessun titolo a quel soggettivismo dolente e spesso compiaciuto che molti fotografi autodefinitisi artisti usano come loro marcata cifra espressiva.

Quando afferma che il suo modo di lavorare ha l’esigenza di essere trasversale, Emma Vitti indica una strada che permette a chi osserva le sue immagini di coglierne il significato – il termine “metafore visive” usato dalla stessa autrice per definire le sue fotografie appare in tutta la sua evidenza – ma anche di comprendere che queste sono porte aperte verso l’esterno, funi gettate nel profondo per fare in modo che altri vi si aggrappino creando un rapporto intenso fatto di allusioni e di complicità. Non le interessa avere di fronte dei semplici osservatori ammirati, perplessi, concordi o dubbiosi, ma degli interlocutori capaci di intuire che con le sue fotografie non solo, come afferma, “sperimenta la vita” ma spinge chi la segue a sperimentarla con lei. Da questo punto di vista il ruolo che assegna allo specchio ha una grande importanza perché, per un’autrice che dichiara di avere un cattivo rapporto con l’autoritratto e in ultima analisi con il suo corpo, la superficie riflettente è un modo per coniugare la dimensione oggettiva del mondo con quella soggettiva grazie alla quale interpretarlo.

D’altra parte lo specchio è presente all’interno della stessa fotocamera, cattura frammenti del mondo per poi ricollocarli in una dimensione immaginaria come è quella di ogni fotografia che si camuffa da realtà anche se non lo è. Sono aspetti che Emma Vitti conosce assai bene quando dichiara di considerare l’obiettivo uno schermo difensivo, un medium freddo da usare come strumento per rapportarsi quasi fisicamente con quanto va osservando, proprio come le era successo di fare nelle precedenti esperienze artistiche manipolando i colori o la creta. L’aspetto emozionale è in effetti decisamente centrale nella poetica dell’autrice e si rivela nel suo stesso modo di operare: quando si avvicina al suo soggetto si muove come se realizzasse una vera e propria performance di cui ha necessità, sente il respiro farsi affannoso, la macchina fotografica divenire pesante mentre scatta. È una forma di ansia che prosegue di fronte ai risultati, ai primi sguardi gettati sulle immagini nei cui confronti sente un iniziale rigetto che, una volta lasciate le fotografie sul tavolo così da meglio osservarle, si trasforma in giudizio positivo.

Queste sono immagini che hanno necessità di sedimentare www.emmavitti.it prima di essere apprezzate, perché emerga quanto forse al primo sguardo può sfuggire. Siamo di fronte alla forma di un sasso, a un oggetto abbandonato su una spiaggia, a una fenditura del terreno, eppure la sensazione non è quella di osservare qualcosa di inerte, semmai di scorgere un’energia sotterranea che pian piano sa affiorare fino a far sentire la sua inaspettata, intensa vitalità. È il frutto di una ricerca interiore che si apre alle possibilità creative attraverso il prelievo di un elemento tratto dalla quotidianità e quindi ricollocato nello spazio specifico della contemplazione estetica come in quello, parallelo, del rimando metaforico. Più che fotografie, Emma Vitti compie gesti di spaesamento che, riscattando la banalità del quotidiano, creano un diverso ordine linguistico dove il rimosso, l’allusivo, l’onirico si ritrovano all’interno di un continuo rimando dialettico. Non a caso, in uno dei suoi primi lavori, l’ambientazione all’interno di una discarica in costruzione permette all’autrice di trascurare l’aspetto più scontato (il riutilizzo dei materiali alla maniera di Arman o l’evocazione sociologica dello scarto cui la società contemporanea si è condannata) per soffermarsi invece sulla lucentezza della plastica usata come base e sulla sua capacità di trattenere sulla superficie le gocce d’acqua. In questo come in molti dei lavori che seguono la sensibilità marcatamente femminile della fotografa è tutta rivolta al tema dell’identità. Lo si nota nella serie delle pietre spigolose e riarse solo apparentemente anonime, segnate invece da misteriose etichette che le marcano come anche nella ricerca su quei sassi lisci, talvolta bagnati dall’acqua o ricoperti di muschio le cui forme evocano una rana accovacciata, la schiena lucida di un cetaceo, la ieraticità di una figura che ci piace immaginare sacra. Non importa dove ci si trova – si può essere in un luogo lontano dove ci ha condotto un lungo viaggio o nel giardino di casa mille volte visto e forse mai davvero osservato – perché è il nostro riflettere sulle cose a dar loro un senso. Un frammento di plastica adagiato dal mare su una spiaggia ricoperta di alghe non è, così, un object trouvé ma una metafora della vita e della morte e il fatto di fotografarlo diviene un atto riparatore che l’arte è chiamata a compiere perché, in questo come in altri casi, la creatività implica la ricerca di una sopravvivenza. Emma Vitti ama dire che tutti noi facciamo fatica a sopportare la morte perché la nostra cultura ci impedisce o ci rende difficilmente raggiungibile la dimensione del piacere e che quindi di questo e non della morte abbiamo davvero paura. È una tesi interessante per comprendere le sue ricerche fotografiche dove la sensualità, che è sempre ben presente, si insinua fra le pieghe della realtà per riapparire in tutta la sua insidiosa attrazione seduttiva. Non è un caso se i lavori di Emma Vitti sono stati considerati con attenzione dagli esponenti del movimento della Geografia Emozionale che si rifanno alle tesi di Giuliana Bruno, la docente dell’Università di Harvard che ha teorizzato il rapporto stretto fra arte e paesaggi del vivere, anche se poi la fotografa non può essere totalmente collocata all’interno di questo ambito. Per lei il dolore, la sofferenza, l’indugiare sull’angoscia sono elementi connotati alla vita stessa dell’uomo ma è poi la bellezza a coprire la sofferenza, è la relazione stabilitasi fra gli individui a permettere di andare oltre, è il percorso creativo a indicare una possibile via d’uscita. Se il “cuore secco” è una forma di difesa – e sta all’osservatore indagare fra le fotografie per scoprire quali possano corrispondere a questa definizione – il punto d’arrivo per emergere è la cosiddetta “camera dell’Imperatore”, la rappresentazione di sé che abita il centro del cuore. Questa sostanza esistenziale è un superamento dialettico, un punto che si può raggiungere solo andando oltre i momenti e le tappe della propria riflessione precedente senza per questo dimenticarle. In effetti nelle opere di Emma Vitti il dolore non occupa un posto preponderante ma è la premessa per raggiungere una nuova serenità, una dimensione estetica segnata da inediti confini. Quando la fotografa si avvicina a quel singolare universo visivo costituito dal mondo vegetale e animale, quando si sofferma sulle squame di un pesce per trasformarle in un paesaggio iridescente, sugli occhi di un altro per coglierne una interrogazione nascosta, su un ventre squarciato del tutto simile a un velo di Maja che si apre su un nuovo mondo, allora anche noi ci sentiamo scivolare fuori come quell’abito rosso che abbandona il suo involucro e fugge verso la libertà.